L'incipit | #25 Kitty ad ogni costo
Spesso per capire le storie è doveroso accostarsi ad altre storie a esse concatenate, riviverle, riavvolgere il nastro e respirarne l’odore e l’atmosfera come nelle note di una vecchia musica. Inevitabilmente ci si ritrova a giocare con altre, a intrecciare i fili colorati e tutto diviene un ingente, unico narrare, che si allarga come la chioma di un albero; è qualcosa in cui tutto torna, non v’è nulla di stonato, basterà avere la voce e un orecchio che ascolti. La nostra straordinaria storia prende le mosse, appunto, quasi in sordina, da una narrazione che si perde nel tempo e nello spazio. Sarà da lì che cominceremo a incamminarci sul sentiero tracciato per raggiungere la meta designata. Forse quello che andiamo a raccontare non è stato proprio l’inizio di tutto, il primo anello della catena, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.
Tutto quindi ebbe inizio in quegli anni strani, incastrati tra due guerre, costellati delle bravate del fascismo e della speranza di un futuro elettrico e veloce, quella speranza che lastrica le strade di buoni propositi e di voglia di fare, mette in corpo una gran frizzantezza, la consapevolezza di essere artefici del proprio destino e di contribuire a dare l’avvio a un’epoca nuova e fantastica. Siamo nel cuore della Sicilia e qui quei fermenti arrivano un po' di sbieco, in questa lontana terra meravigliosa e silenziosa, fatta delle stesse rocce aspre fra cui si mossero un tempo i Greci e i Mori, popoli differenti con medesime mire e desiderio di conquista, e portarono tra le valli pennellate della loro cultura impiantando qui piccoli gioielli, città che avevano la forma e i colori degli insediamenti delle loro terre lontane e che aiutavano un po‘ la nostalgia. Ma ai tempi di cui ci interessiamo queste meraviglie non erano ormai più che rovine, pietraie candide frequentate dalle greggi prone e lente, dai cacciatori intabarrati, oppure da terribili briganti e donne tacite avvolte in scialli neri come la notte da cui sbucavano le grandi pupille scure, capaci di attraversare il passante con lo sguardo come una saetta, trafiggerlo veloci e penetranti nel tempo del suo transitare.
Tra quelle valli aspre e severe, viaggiando a volo d’uccello, si può raggiungere Gaggi, un paesino di poche migliaia di anime, case ammucchiate in una radura protetta dal bosco, abbracciate come a volersi proteggere l’una l’altra dai pericoli, come le pecore che camminano strette a serrati gruppi. Domenica mattina le donne del paese andavano a messa in ordinata e silenziosa fila, mentre nella imponente e fastosa villa che si ergeva ai margini dell’abitato tutta la numerosa famiglia attendeva un ospite. Nel giorno festivo il padre, di professione imprenditore edile, si godeva la sua casa e la sua assortita nidiata in attesa del pranzo a cui, nonostante la nutrita servitù, permetteva solo a sua moglie Rosa di metter mano. Gli piaceva attorniarsi di quei ragazzi, venuti al mondo fra quelle mura uno dopo l'altro, tutti suoi, ognuno dei quali recava nella fisionomia un particolare che lo ricordasse: il naso, così dritto e severo, gli occhi scuri e profondi, dal taglio vagamente orientale, l’attaccatura dei capelli alta e la chioma ricciuta, la bocca orizzontale e netta come una ferita da taglio. Li abbracciava orgoglioso con lo sguardo, almeno la domenica, quando non era costretto a recarsi nei suoi cantieri a controllare che gli operai svolgessero bene il loro lavoro, a prendersela coi fornitori che non erano di parola e quei maledetti conti che non tornavano mai. Per sei giorni la settimana si allontanava all’alba; il tepore dei corpi avvolti sotto le coltri che trapelava dalle porte aperte delle camere gli mostrava solo ciuffi di capelli neri sbucare furtivi, ciocche tutti uguali, dello stesso colore, che gli impedivano di distinguere quale dei suoi figli nascondesse là sotto il suo riposo, i suoi differenti sogni. Mentre beveva il caffè che Rosa gli porgeva sulla porta si lasciava scappare un sospiro, ma poi rammentava che c’erano gli altri, di figli, là fuori, tutti quei ragazzoni ancora più numerosi a cui procurava il pane, gli operai che gli venivano a parlare con il berretto stropicciato fra le mani e che grazie a lui si erano potuti sposare, metter su famiglia e incrementare il numero delle nascite in una zona in cui spesso povertà e ignoranza vanno a braccetto con l’abbandono e lo spopolamento.
★★★★★
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Il buon giorno di vede dal mattino, dicono, e un buon incipit e una copertina accattivante possono essere il perfetto bigliettino da visita di un libro.
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Chi ben comincia Ogni lunedì, le prime righe di un libro + la sua copertina = bigliettino da visita dell'opera. |


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